L’Ungheria del ’56. Il Pci e il suo giornale. E i limiti del cinema che si fa oggi. In un film che unisce i vezzi di ieri a uno sguardo d’attualità

È tornato. Dopo il passo laterale di “Tre piani”, Nanni Moretti torna al suo mondo. Alle sue nevrosi, alle canzoni italiane, alla mania di controllo che soffoca eros e pathos, alle crociate un po’ donchisciottesche contro tutto ciò che non va, le donne che portano i sabot, i registi che girano atrocità solo per fare spettacolo, le piattaforme che «i nostri film si vedono in 190 Paesi», e quindi giù regole e imposizioni («Nella sua sceneggiatura manca un momento whatafuck!», scena geniale). Solo che ormai Nanni va per i 70, non si chiama più Michele Apicella ma proprio Giovanni, e intorno tutto è cambiato. Tutto tranne lui. Ma cambiare significa vivere o adattarsi per sopravvivere?

“Il sol dell’avvenire”, titolo antifrastico, alimenta il dubbio cavalcando una macchina narrativa allegramente scombinata.

C’è un regista (Moretti) che sta facendo un film su un redattore dell’Unità (Silvio Orlando) durante la rivolta di Budapest del ‘56 (impossibile non pensare all’Ucraina, anche se il progetto è precedente), e un circo che arriva a Roma in quei giorni proprio dall’Ungheria (il circo Budavari, come il temibile pallanuotista di “Palombella rossa”).

C’è la moglie del regista (Margherita Buy), sua produttrice, che per la prima volta produce anche il film di un altro ed è un po’ stufa del marito e delle sue nevrosi (per non parlare della figlia, ma si sa che le figlie a un certo punto fanno di testa loro). C’è un'attrice (Barbora Bobulova), che in nome di Cassavetes pensa di saperla più lunga del regista. E molto altro.

Ma il set, da Fellini in poi sempre metafora della vita, è il luogo del controllo solo in apparenza. Così quel regista in lotta con un mondo sempre più irriconoscibile, da un lato si aggrappa a rituali e feticci (la coperta di “Sogni d’oro”) che per molti di noi ormai fanno album di famiglia; dall’altro, non potendo cambiare la propria storia personale, inizia a chiedersi se non può correggere almeno un po’, dichiaratamente, la Storia collettiva.

Ed ecco il percorso del Pci e del suo non sempre glorioso giornale prendere altri colori. Ecco trasformarsi perfino l’odioso 1956. Ecco, soprattutto, l’Io ipertrofico di Nanni/Giovanni aprirsi alla tolleranza, al perdono, all’amore. Anche perché nel mondo, oltre a Stalin e al Pci, sono passati Battiato, Kieslowski, Aretha Franklin. E poi, a un certo punto della vita (ricordate il metro di “Aprile”?), il passato diventa una funzione del futuro. Purché lo si sappia interrogare. Morale un po’ amara ma forse inevitabile, oggi.

Un giorno si farà la storia della sinistra italiana (e delle sue occasioni perdute) attraverso Moretti. Anzi lo sta già facendo lui, dal 1976. Con il cuore in mano.

 

Il sol dell’avvenire
di Nanni Moretti
Italia-Francia, 95’

 

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AZIONE! E STOP

 

Gara di donne a Cannes. Ben 6 film su 19 in concorso sono diretti da registe. La Semaine de la Critique fa di meglio: 6 su 11. Ma questo strano derby in verità sa un po’ di moda. La vera buona notizia è il gran numero di opere prime presenti in selezione ufficiale, e la loro provenienza: Mongolia, Sudan, Congo, Marocco.

 

Domande? No grazie. Anche Cannes si allinea a una nuova e pessima tendenza: niente domande dopo la conferenza stampa del Festival. Forse per evitare i troppi soggetti scottanti. Film scomparsi, registe che aggrediscono giornalisti, Polanski e Woody Allen “non pervenuti”. Meglio nascondere tutto sotto il tappeto. Rosso.