Franceschini vuole ripristinare la pavimentazione per permettere di usarlo per spettacoli. ?Ma archeologi e storici avvertono: potrebbero nascere guai strutturali ?e d’identità

Il Colosseo è tornato alla ribalta grazie alla proposta del ministro Dario Franceschini di coprire l’arena e ripristinare il suo originario status: idea suggerita dall’archeologo Daniele Manacorda. Si è acceso un dibattito vivace dominato dagli archeologi. Un muro contro muro in cui si fronteggiano concezioni opposte di intendere l’uso dell’antico.

L’Anfiteatro Flavio è il più grande dell’Impero romano e i giochi gladiatori si tennero almeno fino a Costantino che abolì questa pratica. Luogo di martirio fu per i cristiani. Cambia l’uso dell’anfiteatro nel Medioevo, ma esso rimane pur sempre luogo di culto e di spettacoli fino a quando il monumento decadde e si ridusse in un’enorme rovina. Una serie di terremoti con intervalli più o meno lunghi arrecarono danni alla città e a molti monumenti assai più della guerra greco-gota. Nei terremoti fra il 780 e l’801 precipitarono immensi blocchi di travertino e larghe parti delle decorazioni in marmo e le statue poste a corona. Nello spaventoso sisma del 1349 crollò la cerchia esterna meridionale pressoché completamente, quando il Colosseo assunse quella caratteristica forma incompiuta che è parte del suo fascino.

Franceschini intervistato a “Che tempo che fa” ha affermato che una gran parte degli archeologi sono d’accordo. Personalmente ne ho contati pochi, ma se anche fossero temi di tal natura non vanno risolti con un consulto elettorale. Sorprende davvero che il ministro non abbia risposto alla direttrice del Flavio Rossella Rea che nella querelle ha tagliato la testa al toro, spiegando in un bel servizio di Francesco Merlo su “Repubblica”, in modo intelligente e chiaro, le difficoltà che si pongono all’ipotesi Manacorda: sotto il Colosseo c’è il fosso di San Clemente, dove scorre un fiume e quando copiosamente piove straripa, e così «farebbe saltare la copertura come un tappo».

Naturalmente tutto è possibile, ma l’impresa richiede competenze non solo archeologiche ma di ingegneria e idrogeologia perché va irreggimentato il fiume. Contrariamente a quel che pensa il ministro non è dunque necessario solo «un po’ di coraggio», ma ci «vorrebbe moltissima scienza e moltissimo denaro», «molti di più dei 25 milioni» stanziati per il restauro in corso: dice Rea.

Il ministro non deve una risposta a un funzionario competente? Guardiamoci intorno: è proprio necessario che il povero Mibac si avventuri in una tale impresa economica e dagli esiti incerti (tutti da verificare) con lo stato di quotidiano degrado del nostro patrimonio di monumenti e paesaggi? Per restare a Roma la Domus Aurea e le Mura Aureliane non sono un encomiabile esempio di tutela.

La politica è innanzitutto l’arte del possibile e tra i suoi compiti c’è quello di saper valutare le priorità: francamente tra esse non vedo la necessità di destinare un fiume di denaro a quella che è solo un’idea che ha sollevato un inutile vespaio. Il piano dell’arena (harena in latino vuol dire sabbia) è stato ricoperto fino a tutto il XIX secolo prima che iniziassero gli scavi provvidenziali che ci hanno reso le viscere palpitanti di vita del monumento; la cavea fu ricoperta nel 2000, con degni spettacoli dedicati a Sofocle. Ma l’arena del Colosseo è stata coperta anche in anni recenti per usi assai impropri come i concerti di Venditti e Paul McCartney.

Ma anche se il nostro Paese fosse efficiente e ricco come la Svizzera, e Pantalone-Franceschini trovasse le risorse per una tale impresa c’è un argomento chiave che sconsiglia di perseguire un tale progetto. Avendo scritto un libro sulla storia del monumento nei millenni so bene che il Colosseo è stato adibito ai più diversi usi e alle più diverse ipotesi di restauro e di ripristino.

Un numero sterminato di fogli incisi, di rilievi, disegni e dipinti a partire da fine Quattrocento fino a tutto l’Ottocento lo documentano. L’anfiteatro fu al centro di progetti che videro impegnati i papi: in pieno clima controriformista Sisto V fu il più audace, nel 1590 si rivolse a Domenico Fontana per trasformare il Colosseo - considerato simbolo di paganesimo - in uno stabilimento per la manifattura della lana al nobile fine di lenire la disoccupazione. Clemente X commissionò una chiesa a Bernini e lo stesso fece Innocenzo XI che si rivolse a Carlo Fontana. L’uso e l’abuso dell’anfiteatro è vecchio di molti secoli e sono sempre validi i concetti di restauro e di riprestino teorizzati da Cesare Brandi nel suo classico testo.

Tuttavia, terminati gli spettacoli, la cavea è tornata a essere quella che era nei secoli con gli ipogei in bella evidenza. Quel dedalo di ruvide mura, disposte secondo una trama geometricamente perfetta, sono parte dell’immagine storicizzata del monumento: chi entra nel Colosseo e si affaccia verso l’arena ha il privilegio di frugare nelle sue viscere, in quel sotterraneo dove si raccoglievano i gladiatori e le fiere che venivano sollevate in gabbie e buttate nell’arena. Luigi Valadier disegnò (nel 1814) una pianta degli ipogei precisissima che mostra magnificamente la cavea scoperta.

In età contemporanea il Colosseo è stato ritratto in foto, film e dipinti. Il Colosseo, Pompei o Villa Adriana non sono degli inerti manufatti mummificati ma riflettono, come in uno specchio, la storia stratificata nei millenni che su di essi si è accartocciata. Dal 1998 la cavea è per un terzo coperta; di lì si può vedere l’intero circo, e nulla osta che i sotterranei possano essere visitati con i necessari ripristini e pratici accorgimenti. Poiché non sono un talebano della conservazione ritengo che in talune occasioni l’arena può essere per intero coperta, come è già accaduto, con un impiantito di legno da rimuovere agevolmente. Concluso lo spettacolo potremo così tornare a rivedere quel mallo di tufo grigio e travertino che è in qualche modo il cuore del Colosseo da cui si diparte un dedalo di vene e, in quanto tale, immagine storicizzata che non può e non deve essere occultata. A conferma del fascino che essa esercita ancora oggi rimando solo a una serie di ispirati dipinti di Renato Guttuso (1972).

Paperon de’ Paperoni in una vignetta (1992) mostra un cantiere con la Torre di Pisa e il Colosseo imbracati. Paperone dice a Paperino e ai suoi nipotini: «Ecco ragazzi! Qui sorgerà il mio nuovo, immenso parco dei divertimenti! Paper-world!» Profetica minaccia, non c’è che dire: ma nessuno vuol certo far proprio il progetto dell’eroe di Disney e meno che mai Franceschini, che avrà spero presto la sensibilità di rispondere all’archeologo Rea.